Caro Lorenzo, mi chiamo Sergio e sono un attivista del Coordinamento Marche per la Palestina. Siamo quasi coetanei quindi mi permetterò di darti del “tu” e ti parlerò con schiettezza e sincerità come farei con un vecchio amico che l’ha appena detta grossa. Quella che il buon vecchio Ignazio da Loyola chiamava “correzione fraterna”.

Ricordo ancora quando ti ascoltai per la prima volta nel tuo album “l’albero” così intriso di umanità, di desiderio di giustizia sociale, amore e profondo rispetto per l’ambiente, della dignità e dell’innata regalità che abita il cuore di ogni essere umano. E quell’album a distanza di 30 anni mi fa ancora compagnia e mi ricorda che chi si cimenta nell’arte (nel tuo caso la musica), ha una responsabilità enorme verso il mondo intero e chi lo abita. Ed io che quella volta, appena ventenne, mi affacciavo al panorama musicale italiano dopo essermi nutrito (e lo faccio ancora) per anni di artisti come Bruce Springsteen, Bob Dylan, Neil Young, John Lennon, i Creedence Clearwater Revival, Jimi Hendrix, Joan Baez, Janis Joplin… pensavo finalmente di aver trovato finalmente qualcuno di “vicino” che prendesse sul serio quella responsabilità.

Fino a ieri sera. Scrollando su Instagram mi sono imbattuto nel tuo intervento al NO BORDERS MUSIC FESTIVAL. E ancor prima di capire che cosa stessi dicendo, mi sono ripetuto la stessa frase di 30 anni prima: “finalmente qualcuno che prende l’arte come uno strumento non solo di intima espressione di se stesso ma anche di grande responsabilità umana e sociale”. Ma poi ho ascoltato e riascoltato più volte le tue parole e letteralmente mi è venuto un groppo in gola insieme ad un immediato senso di smarrimento misto a stupore ed incredulità. Ho fatto un respiro. Una lunga pausa di silenzio. Lo sguardo fisso nel vuoto come quando ti arriva un colpo che non avevi né visto né sentito arrivare. Ne cogli la devastante potenza solo quando ti ha anestetizzato dalla testa ai piedi lasciandoti in un limbo, in uno stallo senza gravità e senso del tempo. Poi finalmente è arrivato il secondo colpo. Quello necessario a destarti dal torpore del corpo ma soprattutto dell’anima e della coscienza.

Ma entriamo nel vivo della questione. Le tue prime parole:“Come si fa a far accadere quello che sta succedendo?”. E fin qui tutto bene. Tuttә ci chiediamo come sia possibile tenere in uno stato di apartheid un popolo intero da oltre 77 anni. Come sia possibile che il silenzio e la complicità dell’intero “mondo occidentale” si manifesti con cotanta spavalderia e meschinità. A quel punto mi sono detto: “ora vedrai come gliele canta a tutti. Ora esce quel Lorenzo combattiero e coraggioso che ho conosciuto in quell’album meraviglioso. Ho iniziato a mordermi le unghie in attesa di sentir tuonare dalla tua voce parole di condanna e  vergogna verso il nostro paese, l’Europa e di tutti i complici che, attivamente e passivamente, stanno compiendo un genocidio in Palestina.

E invece, in un battito di ciglia è arrivata la delusione: “Da entrambi le parti eh, non è una questione di tifoseria”.  Non è una questione di tifoseria Lorenzo, hai ragione. Non siamo a una partita di calcio dove due squadre si sfidano con le stesse armi, con le stesse regole, con la voglia di misurarsi con l’altro in una rivalità sportiva dura ma fatta di rispetto e profonda stima reciproca.

A Gaza, Lorenzo carissimo, è in corso qualcosa d’altro. A Gaza è incorso una partita che dura da 77 anni. Dove una squadra (che chiameremo amichevolmente Biancoblu) è scesa in campo con tutte le armi che l’Occidente gli ha messo in braccio. L’altra, che ancor prima del fischio di inizio occupava in pace tutto il fottuto campo da gioco, con gioia e a braccia aperte aveva accolto l’arrivo dei Biancoblu. Sarebbe stata pronta a disputare una lunga e duratura amichevole. Invece, non appena i BiancoBlu hanno messo un piede in campo, l’altra squadra (che invece chiameremo amichevolmente PALESTINA) si è vista portare via, zolla dopo zolla, a suon di bombardamenti e massacri, tutta la propria parte di  campo. Fino a ritrovarsi rinchiusa da alte mura e filo spinato tutto intorno in quell’unica “striscia di terra” ( che chiameremo amichevolmente Gaza) che ancora le resta: l’angolino sotto la bandierina.

Spoiler: in questa partita, Lorenzo, non ci sono due squadre che si fronteggiano sullo stesso livello. C’è un tiranno aggressore e genocida che si chiama Israele e c’è un popolo aggredito, soggiogato, torturato, affamato, depredato dei propri sogni, spogliato di ogni dignità umana e della vita stessa. E quell’aggredito si chiama Palestina.

In questa orrenda storia ci sono un aggressore e un aggredito. Ma tu, lasciamelo dire, con plateale stupidità, hai messo banalmente sullo stesso piano. Ed è un atteggiamento talmente inetto e codardo dal capire il senso delle parole che subito dopo sono arrivate: “io sono tifoso solamente della pace e della tregua”.

Qui mi serve un’altra piccola pausa di silenzio. Un po’ di respirazione lenta e profonda per riconnetermi con la parte migliore di me ed evitare di esprimermi nell’arte di vomitare parolacce a ruota libera.

Mi spieghi che cosa vuol dire “essere tifoso della pace”? Pensi che ci sia qualcuno sano di mente che possa dire con serenità e tranquillità “io tifo per la guerra”? La pace, amico mio, non si tifa. La pace si brama e si costruisce, sporcandosi le mani, prendendo posizione soprattutto degli ultimi e dei più deboli. Mettendoci la faccia, il corpo ed il cuore. Mettendoci la vita stessa se necessario. Sai invece chi sono i “tifosi della pace”, secondo me, in questa triste storia? Sono quelli che “stanno seduti a guardare”. Che non prendono una posizione.

Mostrano cuore e passione nel gridare a gran voce “Viva la pace!” per far vedere ai vicini e agli amici quanto sono davvero impegnati a favore della pace. Ma se per caso in campo vedono accadere qualcosa di orribile e disumano, si alzano dagli spalti voltandosi dall’altra parte e tornano a testa bassa a casa. Alle proprie scialbe e mediocri esistenze. Si, esistenze. Perché a chiamarle “vite” sarebbe troppo. Gramsci li odiava quei tifosi e li chiamava “gli indifferenti”.

Tifare la pace non significa proprio nulla Lorenzo. Non esiste nessuna pace se non c’è la giustizia. E la giustizia richiede il coraggio di cui parlavo poco fa. Quel coraggio che credo tu, abbia sepolto sotto la sabbia di qualche JovaParty.

A Gaza, Lorenzo carissimo, è in corso un genocidio. È così difficile da pronunciare questa parola? È così assurdo prendere una posizione? Scusami. “Assurdo” è la parola sbagliata. Nel tuo caso, e nel caso di moltissimi altri artisti, la parola esatta è certamente “sconveniente”.

Non scrivo questa lettera notturna per andare in cerca di like, applausi o visibilità. Quando all’inizio scrissi che il mio sarebbe stato un parlarti schietto e diretto come si fa con un vero amico, ero davvero sincero. Ti stimo ancora. E ti rispetto. E proprio per questo non avrei mai voluto scrivere ad un amico e a un artista con la tristezza, la rabbia e la delusione che sento nel cuore. Ma la tue parole al No Borders Festival sono state davvero infelici e non necessarie.

Dove è finito tutto il vostro coraggio? Ora parlo al plurale perché non sei il solo.

Dove è finito il vostro essere uomini e donne che attraverso l’arte sono in grado di esprimere, si, bellezza ma anche di denunciare a gran voce ogni forma di violenza, crudeltà e ingiustizia? Non sentite quella enorme responsabilità verso le generazioni che sulla vostra musica, chi in un modo e chi in un altro, ha plasmato e costruito pezzo pezzo la propria identità? Non sentite quella responsabilità verso quelle centinaia di migliaia (in alcuni casi addirittura milioni) di persone che vi seguono non solo sui social e nei concerti, ma anche per il vostro essere loro di ispirazione ed esempio?  Dove è finito quel coraggio di sapere che le proprie parole hanno un peso enorme nella società, ad ogni livello, sociale e politico, e sono in grado di muovere le coscienze e influenzare enormemente il corso della storia?

Da due lunghi anni nei vostri canali social non una parola di denuncia contro il genocidio a Gaza. Non una parola di denuncia contro il governo sionista di Israele e la complicità dell’occidente. Non una parola di condanna al nostro governo (uno dei tre maggiori fornitori di armi al governo di Tel Aviv insieme a Germania e USA) che attraverso la Leonardo (di cui detiene il 30%) continua a mandare armi ad Israele. Armi che servono a uccidere senza alcuna pietà uomini, donne e bambini. Vite che sporcano le nostre mani di sangue.

Da due anni, non una parola diretta e schietta vestro i vostri “followers” di invito alla mobilitazione, a prendere con coraggio una posizione per schierarsi dalla parte giusta della storia. Da due anni silenzi “assordanti” che vi rendono complici di questa disumanità.

Ma c’è un modo per cambiare il corso degli eventi e “smarcarsi” (per tornare a termini calcistici dell’inizio di questa lettera) dal ruolo di complici.

Scendete dagli spalti. Mescolatevi ai milioni di persone che hanno scelto di prendere posizione, di combattere con coraggio per la giustizia al fianco della resistenza palestinese. Moltә compagnә che ci hanno messo la faccia hanno perso amici. Molti il lavoro. C’è anche chi ha perso molto di più.

“Io voglio i nomi di chi ha mentito, di chi ha parlato di una guerra giusta, io non le lancio più le vostre sante bombe”.  Ti suona familiare? Ti tolgo dal dubbio. Le bombe le stiamo ancora lanciando. E sono davvero nostre. Se vogliamo che il nostro nome torni ad essere “mai più” scendete dagli spalti dell’indifferenza e riprendete con coraggio quella parte fondamentale dell’essere artista che richiede responsabilità e coraggio. Lo dovete alla vostra storia. Lo dovete al popolo palestinese.

con affetto (anche se un po’ deluso)

Sergio del Coordinamento Marche per la Palestina

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