Siamo nati per la cooperazione, come i piedi, le mani, le palpebre, i denti in fila sopra e sotto. L’agire gli uni contro gli altri è dunque contro natura”. Se vi domandate da quanto tempo il tema della cooperazione è così importante ed oggetto di dibattito tra gli esseri umani, bisogna scomodare Marco Aurelio che fu imperatore romano dal 161 d.c. al 180 d.c.

Sono passati quasi duemila anni da quelle parole, e molte altre ne sono state scritte e tramandate nel corso dei secoli. Come un fiume in piena filosofe e filosofi, pensatrici e pensatori, studiose e studiosi, poetesse e poeti, artiste ed artisti di ogni religione e ceto sociale, da ogni angolo del “globo terracqueo” hanno speso la loro vita per ricordare costantemente all’uomo che non è un’isola, non è un intero per se stesso; che ogni uomo è un pezzo del continente, parte della terra intera.

Eppure, nonostante tante energie siano state spese affinché imparassimo a vivere davvero liberə e uguali, come sorelle e fratelli in una comunità, oggi viviamo invece un’epoca in cui l’individualismo e la cultura (anzi il culto) dell’ “io” sono così predominanti, dove “l’altro” è visto come un problema ed un concreto ostacolo al nostro successo e alla nostra autodeterminazione.

Se parliamo di un “noi” ci scatta dentro immediatamente l’ansia ed il sospetto di una fregatura dietro l’angolo. Ogni gesto di fraternità fatto nei nostri confronti, ci mette sulla difensiva in un costante atteggiamento di protezione e autodifesa.

E proprio l’ansia che dall’altro non venga nulla di buono per noi, ci ha portato oggi, nell’era moderna, a contrattaccare: abbiamo iniziato a coniare termini terribili come “guerra preventiva” e “difesa dei confini”. Ti faccio del male prima che tu ne faccia a me. Anche solo pensare che tu sia in grado di farlo, questa remota ipotesi nella mia  testa, mi basta, mi giustifica e mi autorizza a far del male a te. Abbiamo trasformato confini geografici (disegnati solo sulle mappe) in vere e proprie barriere fortificate, mura inespugnabili che tengono lontana l’umanità intera e ci convincono di poter vivere in pace la nostra misera esistenza. E quando scopriamo che questo non ci basta, che la vita rinchiusa in quelle mura di egoismo è solo un’illusione, in nome di quel sacrosanto “diritto a difenderci” invadiamo, colonizziamo, ghettizziamo fino al gesto estremo di uccidere e sterminare. Cancellare, dalla faccia della terra, interi popoli perché possiamo di nuovo, finalmente, sentirci al sicuro.

In nome del benessere individuale, e della paura che le risorse per sostenere il nostro egocentrico stile di vita possano terminare, ci sentiamo legittimati a compiere ogni sorta di nefandezza.

Oggi, nel mondo ci sono 56 conflitti. Anzi, chiamiamo le cose con il loro nome: invasioni.

Invasioni mirate a saccheggiare e depredare ricchezze, spogliare di ogni diritto e della stessa vita chi incontriamo sul nostro cammino, in nome della nostra “libertà”. Invasioni che coinvolgono 92 paesi tra cui la nostra cara Italia: un paese che  è nella top 100 dei maggiori produttori di armi. L’italia, con le sue due aziende Leonardo e Fincantieri, produce ed esporta armi in circa 90 paesi del mondo (in maggioranza nel medio-oriente). I ricavi derivanti dall’esclusiva vendita di armi, per le due società italiane, è di 13,8 miliardi di euro, pari al 2,6% del fatturato di tutti e 100 i paesi coinvolti.

E se pensassimo che a tutto questo orrore non esista rimedio, che l’umanità sia condannata a soccombere all’avidità dei potenti, che a tutte questa “sete di potere” non ci sia soluzione, commetteremmo il più madornale degli errori e, lasciatemelo dire, con la nostra rassegnata ignavia, diventeremmo complici del male che i “grandi” e i “potenti” (per così dire) della terra seminano nel mondo.

La buona notizia di questo articolo è che le parole dell’imperatore Marco Aurelio, dopo duemila anni, hanno ancora un senso. Parole che risuonano ancora nelle vite di una umanità coesa e solidale. Una umanità che grida, che spera e lotta “per l’altro” e “con l’altro”. Una umanità che, con fatica e fiducia converte quel cortocircuito dell’ “io” in un “noi” ridando dignità e bellezza alla parola “comunità”.

E se domenica, sotto una pioggia incessante, eravate dalle parti di Ancona, quell’umanità l’avete incontrata. Un fiume in piena di donne e di uomini, di giovani (tanti giovani finalmente), anzianə e bambinə insieme, un fiume in cui ogni “io” è stato inghiottito dalla corrente con il solo permesso di riemergere solo per un “noi” radicato e autentico, solidale e potente. Persone di nazionalità diverse, religioni diverse, storie diverse ma unite dallo stesso destino: gridare con il sorriso ma con convinzione e forza, il diritto della Palestina di vivere in pace nella propria terra.

E se eri dentro al corteo avrai avuto la mia stessa sensazione: guardandoti intorno, incrociando i volti che ti camminavano a fianco, seppur sconosciuti, eri comunque a casa. Come se quelle persone, con vite e storie così diverse dalla tua, fossero sempre state parte di te, e tu di loro.

Un fiume di circa 3.500 persone (ma per i media eravamo si e no 500). E si è preferito dare risalto al “grave deturpamento architettonico” (due scritte sulle mura recanti le parole antifascismo e palestina libera) distogliendo, sviando così l’attenzione dal messaggio di questa manifestazione. Prendo in prestito le parole di una recente ricerca fatta dal sito scomodo.org:

“esiste frattura che si è andata a creare fra opinione pubblica e sistema mediatico, acuitasi con il crescere del numero dei crimini di guerra israeliani nel corso degli attacchi all’interno della Striscia. Vi è infatti la sensazione generale che, dinanzi alla diffusa solidarietà e sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti del dramma della popolazione palestinese, queste preoccupazioni non trovino spazio all’interno di un sistema mediatico che ha deciso di abbracciare acriticamente la causa israeliana, sottolineando costantemente le responsabilità di Hamas e tacendo il massacro della popolazione civile perpetrato dall’IDF, le forze militari israeliane”.

E questo fa male: fa male al giornalismo e fa male alla società tutta.

Ma alla fine non eravamo in piazza per avere un articolo o un rigagnolo sui giornali. Eravamo in piazza per svegliare dal torpore l’opinione pubblica, tutte quelle persone che preferiscono voltarsi dall’altra parte e che, inesorabilmente, con il loro silenzio diventano complici di genocidio.

È la catena del silenzio che vogliamo spezzare. È dalla schiavitù dell’individualismo e dell’egoismo, del “basto a me stesso” o come meglio la definirebbe il Marchese del Grillo “io so io e voi non siete un cazzo!” che vogliamo liberarci. E vogliamo farlo con azioni concrete che tuttə noi possiamo mettere in atto ogni giorno: la ricerca e la promozione di una informazione più libera e autentica, sciolta dal legaccio dei potenti; il boicottaggio dei prodotti che ingrassano la macchina bellica sionista.

E ieri, a sostenere e riconoscere l’uguaglianza, la giustizia e la libertà del popolo palestinese, c’erano davvero tutte le Marche.

Come membro del Coordinamento Marche per la Palestina, sono davvero felice di come sia riuscita la manifestazione di ieri. Non è stato il lavoro di una sola persona a rendere questo corteo così bello. È stata la cooperazione tra le tante realtà, radicate da più o meno tempo, nel nostro territorio. Alcune più storiche altre nate solo dopo il 7 ottobre. Un lungo periodo di preparazione con il solo scopo di dare un significato profondo alla parola cooperazione: un atto che nasce non dal desiderio di stare insieme, ma di perseguire un obiettivo comune. Certo, non senza difficoltà: cooperare significa anche essere in disaccordo, dibattere e dialogare animatamente ma sempre con rispetto reciproco in uno spirito di crescita comune. Perché il Coordinamento Marche per la Palestina è nato proprio con questo intento: unire intorno ad uno scopo l’insieme di diverse anime e identità della nostra regione. Ognuna con i propri talenti e i propri valori ma che, quando serve, sanno mettere da parte il proprio orgoglio e unire le forze per una meta che ci accomuna tutti: promuovere la giustizia sociale, la promozione e la difesa dei diritti umani. Chiedere ad una sola voce la fine di ogni guerra e la costruzione di una rinnovata umanità.

E forse il sogno del Coordinamento era scritto in un pezzo funky di esattamente 30 anni fa: “non rivendico nessuna appartenenza tranne quella al mondo degli esseri viventi col diritto di affondare le radici. Sogno un universo dove ogni differenza sia la base per poter essere amici”.

Alla fine di questo lungo articolo voglio allora ringraziare tutte quelle realtà che hanno speso energie e tempo affinché la manifestazione riuscisse al meglio: il movimento Jesi per la Palestina, Saturdays for Palestine di Porto Recanati e Civitanova, i movimenti e i collettivi studenteschi delle province di Macerata, Fermo, Urbino, il Gulliver di Ancona, lo Spazio ricreativo La Cupa, lo Spazio Sbago, il BDS Marche, lo Spazio popolare Anna Campbell, il Comitato 5 Luglio di Fermo, Nativa, il collettivo transfemminista Nate Intere, la Rete Liberə di lottare, le comunità palestinesi delle Marche, le comunità e i centri culturali islamici delle Marche, la comunità bengalese delle Marche, Emergency, Amnesty International, Libera contro le mafie e moltə altrə che ora sicuramente mi sto dimenticando e con cui  mi scuso. È sufficiente leggere i nomi di queste realtà e i volti che ci sono dietro, per conoscere la risposta a chi ci chiede spesso “ ma chi è questo Coordinamento Marche per la Palestina?”.

E ci auguriamo che sia una comunità che possa crescere sempre di più in questo spirito di cooperazione. Uno spirito che ci ha visto gridare insieme ieri ad una sola voce.

Una voce “silenziosa e assordante”  che esce da questa bella pagina di storia marchigiana. Una voce che nessun potere potrà mai far tacere.

Free Palestine!

 

Sergio Santinelli

del Coordinamento Marche per la Palestina

 

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